La legge Pica del 1863, il Sud va messo ferro e fuoco

L’agosto 1863 un proclama di Vittorio Emanuele venne affisso in tutte le città, paesi, borgate del Mezzogiorno. Era la legge Pica contro il “brigantaggio”. Praticamente l’autorità militare assumeva il governo delle province meridionali. La repressione diventava, a questo punto, ancora piu’ acre e feroce di quanto non fosse stata fin allora. La legge Pica rimase in vigore fino al 31 dicembre 1865. Fu presentata come “mezzo eccezionale e temporaneo di difesa” e, dall’opposizione parlamentare di sinistra valutata e combattuta come una violazione dell’art. 71 dello Statuto del Regno poiché il cittadino “veniva distolto dai suoi giudici naturali” per essere sottoposto alla giurisdizione dei Tribunali Militari e alle procedure del Codice Penale Militare. La legge passò comunque a larga maggioranza. La ribellione doveva essere stroncata “col ferro e col fuoco!”. Per effetto della legge Pica, a tutto il 31 dicembre 1865, furono 12.000 gli arrestati e deportati, 2.218 i condannati. Nel solo 1865 le condanne a morte furono 55, ai lavori forzati a vita 83, ai lavori forzati per periodi più o meno lunghi 576, alla reclusione ordinaria 306. Le carceri erano piene, fitte, zeppe fino all’inverosimile“.
(Ludovico Greco,”Piemontisi, Briganti e Maccaroni” – Guida Editore, Napoli, 1975)

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150 anni dell’Unità d’Italia: Il sindaco di Pontelandolfo il 17 marzo al Quirinale

Gli appuntamenti celebrativi del 150° anniversario dell’Unità d’Italia volgono al termine. E’ tempo di tirare le somme di un anno speciale, un anno che ha visto la comunità di Pontelandolfo indossare gli abiti del protagonista dello storico evento. Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, agli studenti del progetto “Comland 150°” del Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale della Sapienza di Roma, che in occasione della presentazione del libro “Una e Indivisibile”, gli hanno chiesto “Quali sono dal suo punto di vista i nodi che legano la memoria autobiografica, quella che ognuno di noi costruisce nel privato, e la memoria collettiva, che nasce invece da un processo di condivisione sociale”, ha risposto che nasce si da “un processo di condivisione sociale, ma anche da una somma di memorie, che sono memorie famigliari, memorie di storia locale”. L’eccidio di Pontelandolfo del 14 agosto 1861 non è solo memoria famigliare, di un accadimento di interesse locale, ma è memoria della storia nazionale.

E’ il triste ricordo di quella Pontelandolfo che fu eletta a vittima sacrificale, per tingere di sangue la terra di una Italia divenuta “una e indivisibile” (come recita la nostra Costituzione), almeno nelle intenzioni. Pontelandolfo ha scritto forse, anzi sicuramente, la pagina più cruenta di quel periodo cruciale del Paese, perché fu colpita nel sonno della notte senza che nessun abitante, disorientato e sorpreso dall’improvviso e inaspettato attacco feroce, potesse impugnare la forca della difesa. Tutte le roccaforti borboniche assediate dall’esercito piemontese e messe a ferro e fuoco, ebbero quantomeno il tempo di difendersi con l’onore delle armi. Tirando le somme, quello appena trascorso è stato un anno che in un sol colpo ha spazzato via tante false verità per fare finalmente luce sulle stragi post unitarie rimaste impunite, commesse nelle aree meridionali. E lo farà il Capo dello Stato il prossimo 17 marzo al Palazzo del Quirinale con l’incontro “Bilancio e significato delle celebrazioni per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia”.

Al sindaco di Pontelandolfo per l’occasione è stato riservato un posto d’onore nella sede della Presidenza della Repubblica, tra le importanti autorità che parteciperanno all’incontro di chiusura dell’intenso programma celebrativo del 150° anniversario della conseguita unità nazionale. Il lungo percorso riabilitativo di Pontelandolfo rispetto ad una storia bugiarda, mette in scena l’ultimo atto, che cala il sipario su 150 anni di falsità, per guardare avanti con maggiore fiducia e speranza, sena inutili vittimismi, ma “traendo dalle nostre radici – come ha detto il Presidente Napolitano – fresca linfa per rinnovare tutto quel che c’è da rinnovare nella società e nello Stato”.

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Pontelandolfo: Inaugurazione della Stele di Mario Ferrante in memoria dell’eccidio del 1861

Giovedì 26 gennaio Pontelandolfo inaugura l’altorilievo bronzeo in memoria delle vittime civili dell’eccidio del 14 agosto 1861, opera dell’artista Mario Ferrante. Lo scoprimento della stele è l’atto conclusivo di un percorso iniziato 150 anni fa, un percorso lungo e difficile giunto con successo al traguardo che oggi ha cancellato dai libri di storia il marchio di “paese di briganti” per scrivere di Pontelandolfo, invece di “Città Martire” dell’Unità d’Italia.

“Il maestro realizzatore – ha evidenziato nella sua nota lo scrittore e poeta Alberto Abbuonandi – intende dare alla composizione un senso di dinamicità che porta al futuro. Con questo altorilievo viene interpretato ciò che accadde nel 1861 a Pontelandolfo all’epoca dei fatti”. “La solenne ed autoritaria opera in bronzo – ha commentato il Maggiore Massimo Rossi Ruben, Comandante Gruppo Tutela Patrimonio Artistico della Guardia di Finanza – che il Maestro Ferrante ha ideato per la perpetuazione del ricordo degli accadimenti occorsi a Pontelandolfo nell’estate del 1861, si compone di una prosa icastica, fedele al racconto della tragedia che in quei giorni convulsi dell’annessione generò l’errato convincimento, nei piemontesi colonizzatori, di una rappresaglia necessaria per ricostituire l’ordine sovvertito dall’attacco brigantesco alla colonna del Regio Esercito guidata dal Tenente Bracci”.

La scultura di Mario Ferrante è un inno in onore dei martiri di Pontelandolfo, inceneriti dal rogo sabaudo all’alba del 14 agosto 1861. “Per ricordare e non dimenticare”, la stele consegna alla memoria dei posteri la cruenta pagina di storia della prima strage impunita post-unitaria. “Il primo politico che si appassiona alle vicende qui avvenute il 14 agosto 1861 – si è espresso il sindaco Cosimo Testa nel suo commento alla inaugurazione della scultura – e che causarono la morte violenta di bambini, anche di quelli ancora in fasce, di giovani, di anziani, di giovani donne, dapprima stuprate poi barbaramente uccise, è il Presidente della Provincia di Benevento, Aniello Cimitile, che manifesta la disponibilità ad offrire in dono alla comunità pontelandolfese un monumento a ricordo imperituro di quelle vittime ed affida l’incarico all’artista di fama internazionale Mario Ferrante”.

Il monumento, che rappresenta una delle opere più belle di Ferrante è stato già innalzato sotto la direzione tecnica di Vito De Michele. La stele, affidata alla esperienza, alla capacità, alla professionalità della Fonderia d’D’Addario di Camerino per il delicato lavoro di fusione bronzea è stata posizionata su quella porzione di suolo che ha scritto la storia antica di Pontelandolfo, rappresentato dal crocevia di Piazza Roma, Largo Tiglio al tempo dell’eccidio e corso F.lli Rinaldi martiri innocenti della strage. Ringraziamenti da parte del sindaco Testa e dal Presidente della Provincia Aniello Cimitile per il dono che il Maestro Ferrante ha fatto alla comunità. Mario Ferrante ha sempre dato prova del sua sensibilità d’animo rispetto alle vicende sociali, infatti non è un caso che nei prossimi giorni dieci artisti del suo Atelier esporranno le loro opere, in occasione dell’inaugurazione di una rinnovata sede del CUP dell’Azienda Ospedaliera “G. Rummo” di Benevento. “CUP Art” è il titolo significativo dell’evento, nato da un’idea del Direttore Generale Nicola Boccalone del nosocomio beneventano, che sarà presenziato dal Governatore della Regione Campania, Stefano Caldoro.

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La piccola Angelina Romano, martire dell’Unità d’Italia

 

di Valerio Rizzo

Oggi si narrerà una storia triste, drammatica, una storia che se per un verso è assimilabile a tantissime altre, per un altro contiene qualcosa di talmente scomodo, da essere stata volutamente tenuta nascosta e sottaciuta. Si narrerà di ciò che successe in un paese siciliano, Castellammare del Golfo, in provincia di Trapani, ad una bambina di soli 9 anni.

Gli artefici di questa crudele vicenda sono coloro che nella storia “ufficiale” vengono definiti “liberatori”e la brutalità con cui si sono svolti i fatti dovrebbe far scaturire le stesse sensazioni di quelle narrazioni televisive, a cui oggi siamo tanto abituati, e in cui purtroppo i bambini sono protagonisti in negativo. E’ passato più di un mese da tutta quella patetica retorica risorgimentale messa in scena il 17 marzo scorso, o da quello spettacolo retorico fatto da Benigni sul palco dell’Ariston in cui si è elogiato il Risorgimento come una rivoluzione di popolo, ma che la realtà storica ha dimostrato, in più occasioni, che fu solamente una evento voluto da pochi e a causa di interessi, soprattutto economici.

Ma torniamo alla nostra bambina di 9 anni. Era l’inverno del 1862, e già dall’anno precedente il neo governo sabaudo-piemontese aveva mandato in Sicilia il generale Covone dandogli poteri “speciali”, tra cui quello di emanare la legge marziale e proclamare lo stato d’assedio. Il primo atto di questo generale fu quello di dare ordine ai soldati piemontesi di avere “libero arbitrio” nel decidere della vita o della morte dei siciliani. Proprio in questo clima di ostilità accaddero fatti gravissimi che coinvolsero la città di Castellammare del Golfo. Ivi il malcontento verso gli oppressori sabaudi era molto forte, ma la scintilla che fece esplodere la rivolta fu l’introduzione della leva militare obbligatoria, provvedimento sconosciuto sotto i Borbone.

Tale legge, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del Regno il 30 giugno 1861, comportava l’allontanamento per sette lunghi anni di tanti giovani dalle loro famiglie e dalle loro terre.Per scappare da questa norma ingiusta tantissimi ragazzi si nascosero nei boschi e nelle colline intorno alla città, ma non potendo vivere a lungo in quelle condizioni disagiate, il 2 gennaio 1862 decisero di insorgere contro i piemontesi.
Così, alle 14 di una gelida giornata invernale, più di 450 giovani, armati di qualsiasi cosa avessero trovato per le strade, entrarono nella città di Castellammare e diedero l’assalto alla sede del commissario di leva Bartolomeo Asaro e del comandante della Guardia Nazionale Francesco Borruso. I piemontesi risposero immediatamente e da Palermo furono mandati interi battaglioni di bersaglieri coadiuvati da ben due navi da guerra che approdarono nel porto della città.
Il corpo di spedizione era comandato dal generale Quintini, famoso per essere tra i più crudeli e spietati nell’isola, e invase immediatamente il paese. Gli insorti furono costretti a fuggire e tornarono a nascondersi nei boschi, mentre centinaia di popolani, abitanti del posto, cercarono rifugio in campagna. Proprio in quel momento avvenne uno degli episodi più drammatici di tutta la storia risorgimentale: mentre i bersaglieri perlustravano i dintorni di Castellammare, nella contrada Falconiera, trovarono un gruppo di cittadini, tra cui il parroco del paese, che si erano rifugiati lì per paura, e il generale Quintini dopo un interrogatorio sommario, diede ordine di fucilare tutta quella gente, senza processo e con l’accusa di essere parenti degli insorti.
Nel frattempo, i soldati udirono i pianti di una bambina che aveva avuto la sfortuna di trovarsi nelle vicinanze, la presero di peso e la posero, ancora col viso bagnato dalle lacrime, di fronte al plotone di esecuzione. Era il 3 gennaio del 1862, il vento spazzava le lustri divise e faceva svolazzare le “penne” dei bersaglieri, in quel momento chissà quali furono i pensieri di quella bambina che si era trovata per caso di fronte a uomini con strani cappelli pennuti che le puntavano i fucili e che parlavano in una strana lingua. Chissà se in quel momento si rese conto di stare vivendo i suoi ultimi attimi, e se con matura consapevolezza riportasse alla memoria quando giocava per i prati o quando aiutava la madre a cucire.
Ma a Quintini questi pensieri non interessavano e ordinò senza remore: “puntate, sparate, fuoco!”.
Tale episodio potrebbe ricordare gli eccidi che le SS naziste hanno fatto in Europa, invece stiamo parlando dei “Padri della Patria” e la rabbia che oggi cresce sempre di più e che sale nelle vene sta nel fatto di volere ancora e tutt’ora nascondere queste verità brutali. L’unità d’Italia fu una guerra di conquista a sfondo razzista avvenuta nel Sud Italia con le stesse modalità del nazismo: interi paesi rasi al suolo, brutalità gratuite contro i civili, istituzione di lager; e solo quando questo Paese avrà il coraggio di guardare in faccia i suoi “scheletri nell’armadio” forse potrà pensare al futuro.
Resta il fatto che oggi solo nell’archivio storico militare, ma in nessun libro di storia, troviamo scritto: “Castellammare del Golfo, 3 gennaio 1862, Romano Angelina, di anni 9, fucilata, accusata di Brigantaggio”.

Le altre sette persone fucilate quel giorno:
* Don Benedetto Palermo, di anni 43, sacerdote
* Mariano Crociata, di anni 30
* Marco Randisi, di anni 45
* Anna Catalano, di anni 50
* Antonino Corona, di anni 70
* Angelo Calamia, di anni 70

[la foto ritrae una povera bimba uccisa dagli israeliani nel libano del sud]

 

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Roma, presentazione del libro “Il brigante Secola”

Eur Palazzo dei congressi, alla Fiera “Più libri, più liberi” la presentazione, presso lo spazio incontri Bibliolibreria, del libro “Il brigante Secola-La sanguinosa rivolta nel Fortore post-unitario”. 10 dicembre – ore 15.00 – Intervengono l’autore, il giornalista Roberto Martelli e Luigi Romano a cura di Edizioni Il Chiostro.

vedi la brochure secola

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Antonio Secola, brigante per caso. Storia di un meridione povero e ribelle

di Ottavio Lucarelli

Un libro che racconta la storia di un brigante per caso, Antonio Secola, muratore del Fortore, l’area montana del Sannio che confina con Puglia e Molise. La vicenda di un operaio travolto dagli eventi dell’Italia post-unitaria, che raccontati dai vincitori piemontesi, hanno sovrastato e cancellato per decenni le ragioni dei vinti.

Chi sono i vinti? Sono tutti briganti come li hanno descritti i “nordisti” vincitori? Secondo l’autore Antonio Bianco rappresentano piuttosto un movimento popolare fedele ai Borbone che rivendicava la volontà, spesso tradita dal doppiogiochismo dei signori locali, di non sottomettersi alla monarchia sabauda.

Una storia di un Meridione povero e ribelle. Rinchiuso nel carcere di Campobasso perché accusato di un furto commesso per sfamare la sua famiglia. Secola quando esce diventa brigante e conquista la fiducia del “comandante” Caruso ma appena si rende conto che l’epilogo è vicino si consegna ai piemontesi.

Avrà salva la vita, ma sarà rinchiuso fino alla morte nel penitenziario dell’Isola d’Elba. Secola confesserà, al collegio giudicante del Tribunale di Caserta, tutti i suoi crimini nella convinzione di poter avere qualche sconto di pena ma lo farà anche per vendicarsi di qualche “signore” de Fortore che durante la rivolta aveva fatto il doppio gioco.

Il brigante farà i nomi dei potenti accusandoli di connivenza con il brigantaggio e questi saranno giudicati e alla fine assolti. Una rilettura critica attorno alla storia di un muratore vittima di un ideale rivendicato da tanti “banditi” delle montagne del Fortore che alimentarono la cruenta storia del brigantaggio.

Tratto da Repubblica/Napoli del 13 agosto

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Celebrazione 150° dell’eccidio di Pontelandolfo: Napolitano scrive al sindaco

Non sarà una festa, quella programmata dall’Amministrazione Comunale e dal Comitato Civico per il prossimo 14 agosto. Ma sarà, invece, la commemorazione doverosa di quella strage. La solenne cerimonia, celebrativa del 150° anniversario dell’eccidio del 14 agosto 1861, è occasione fortemente voluta dal Sindaco, Cosimo Testa, e i suoi amministratori e da Renato Rinaldi del Comitato Civico e i suoi più stretti collaboratori, per rendere onore agli antichi padri di Pontelandolfo, che, inermi, perirono sotto i colpi impietosi di 500 grilletti savoiardi e sarà ancora occasione per tributare un riconoscimento senza confini a tutti quei supersiti che, miracolosamente scampati alla furia devastatrice del plotone sabaudo, trovarono la forza di risollevarsi, di rimettersi in piedi e di ricomporre pietra su pietra il paese in lacrime.

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, invitato alla cerimonia, ha inviato una lettera al Sindaco Testa per il tramite di Carlo Guelfi Consigliere Direttore dell’Ufficio di Segreteria del Capo dello Stato.

“Gentile Sindaco – ha scritto Guelfi per conto di Napolitano – il Presidente della Repubblica la ringrazia, mio tramite, per le notizie che ha voluto inviargli sulle celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia svoltesi a Pontelandolfo. Mi rincresce al riguardo comunicarle che il Capo dello Stato non potrà essere con voi per la cerimonia in programma il prossimo 14 agosto, ma sarà rappresentato dal Presidente del Comitato dei Garanti Prof. Giuliano Amato. Insieme al vivo apprezzamento per l’attiva partecipazione alle celebrazioni per l’Unità, il Presidente Napolitano invia a lei ed a tutta la cittadinanza i suoi migliori saluti, ai quali aggiungo anche i miei personali”. Una lettera breve, ma di grande forza mediatica per la comunità sannita che pagò un prezzo altissimo per l’unificazione geo-politica dell’Italia. Oltre un migliaio, infatti, furono i civili che trovarono la morte il 14 agosto 1861. Oltre un migliaio furono le vittime immolate all’unità nazionale. Oltre un migliaio furono i martiri arsi vivi privati di una degna sepoltura. Ai bagliori di un’alba che si preannunciava infuocata, ebbe inizio la mattanza. Furono stupri, violenze, uccisioni, vomiti maleodoranti di schiuma e bile, sete di sangue fino alla conquista del trofeo mortale. All’imbrunire di quel giorno vestito con gli abiti scuri della morte, dopo aver scritto la pagina più triste della storia del centro sannita di una neonata Italia, 500 carnefici eccitati fino all’inverosimile, capeggiati dal tenente colonnello vicentino Pier Eleonoro Negri - da quel giorno fatidico soprannominato il boia di Pontelandolfo - stremati da cotanto barbaro accanimento, decisero di porre fine all’interminabile massacro, non prima però di aver cosparso di sale i resti carbonizzati dell’ecatombe a decretare l’eterna desertificazione. La partecipazione di Giuliano Amato alla commemorazione per il 150° dell’eccidio di Pontelandolfo è un impegno significativo e serio che lo Stato Italiano ha avuto il coraggio di assumersi. Amato, che non lesinerà il suo contributo dialettico di notevole spessore culturale, darà maggiore interesse e una dimensione nazionale allo storico evento. Una pagina nuova, memorabile, che la comunità attende impaziente di vivere fino in fondo. La storia degli accadimenti che determinarono l’auspicata unità nazionale, a distanza di 150 anni, riapre il grande libro del Risorgimento per scrivere un capitolo aggiuntivo.

Cosicché da questo preciso momento nell’ambito delle proposte curriculari didattico - formative delle scuole di ogni ordine e grado dal Sud al Nord del Paese si parlerà e si studierà anche dei fatti d’arme di Pontelandolfo fino ad oggi imperdonabilmente taciuti. Nel tempo a venire al fianco di quei personaggi leggendari, fautori del Risorgimento Italiano, troveranno spazio le piccole grandi storie di Concetta Biondi e dei fratelli Tommaso e Francesco Rinaldi. Tre martiri dell’Italia post-unitaria, simbolo del coraggio, dell’onore, della strenua difesa che fino alla fine tennero fieramente alto il nome di Pontelandolfo e della sua gente. Il 14 agosto 2011 ha inizio un nuovo cammino lungo le strade del Terzo Millennio per il paese dell’antico Sannio, che si affaccia con grandi speranze sul davanzale della finestra che apre i battenti sul futuro e nella certezza di essere riuscita a cancellare per sempre una grave e dolorosa ingiustizia”.

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Eccidio di Pietralcina, convegno

Doppio appuntamento con la cultura a Pietrelcina. Dopo il teatro la Cooperativa Sociale IDEAS darà spazio all’archeologia e alla storia.

Martedì 9 Agosto 2011 ci sarà, infatti, la Fountain Bike che partirà alle ore 17.30 da Piazza SS. Annunziata di Pietrelcina. Organizzata in collaborazione con l’Archeoclub d’Italia sede di Pietrelcina permetterà, agli appassionati di archeologia e ai curiosi, di andare alla scoperta di quattro fontane storiche del Paese.

Mercoledì 10 Agosto 2011, tocca invece alla storia, in concomitanza con la ricorrenza dell’eccidio di Pietrelcina, si terrà alle ore 19.30 presso il “Centro Polivalente Grazio Forgione” di Pietrelcina un “Caffè Letterario” per ricordare i fatti accaduti la notte di San Lorenzo di 150 anni fa.

Dopo i saluti di Domenico Masone, sindaco di Pietrelcina e di Anna Immacolata Colarusso, dirigente Scolastico Istituto Comprensivo S. Pio da Pietrelcina, interverranno Mario De Tommasi, Antropologo, Mario D’Agostino, Storico Locale, Luigi Giova, Etnomusicologo, Antonio Bianco, giornalista di “Nuovo Paese Sera”. Arbitro della serata sarà Antonio Puzzi, Consigliere Nazionale Slow Food Italia.

Sarà presente, anche, una delegazione di alunni dell’Istituto Comprensivo S. Pio da Pietrelcina che leggeranno alcune storie frutto di un laboratorio tenutosi durante l’anno scolastico.

In tale occasione saranno presentati anche i libri “Mangia Polenta e mangia Licco: un’inchiesta socio-antropologica sui 150 anni dell’unità d’Italia” edito da IDEAS Edizioni e “Il brigante Secola: la sanguinosa rivolta nel Fortore post-unitario” edito da Edizioni il Chiostro.

Durante il “Caffè letterario” sarà possibile degustare i dolci di un’Italia unita nella diversità delle proprie tipicità culinarie.

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150 anni di Unità d’Italia… Con la storia scritta a Casalduni

CASALDUNI (30 luglio 2011) - Un evento rievocativo dei moti rivoluzionari del 14 agosto 1861. Laddove si compirono per una buona parte. A Casalduni. L’altra storia. Quella bandita dagli interessi di “osservatori” preoccupati di salvaguardare la versione che da 150 anni si racconta. Quella che però riemerge, grazie all’impegno di tanti altri studiosi. Quella che trova sempre più fondamenti. Quella che mira, semplicemente, a dare alla storia il volto della chiarezza e alle vittime degli eccidi il giusto rispetto.

***

L’evento è promosso dalla Pro loco  di Casalduni e giunge a conclusione di un anno di manifestazioni. Il presidente Nicola Bove, con l’amico e consigliere Rino Calabrese, già da gennaio di quest’anno hanno percorso in lungo e in largo la Penisola per incontrare personalità politiche, culturali e sociali al fine di presentare loro il programma di questa tre giorni casaldunese. La prima tappa  in Piemonte, Torino, poi in Toscana, in Liguria, nel Lazio, in Campania e in Puglia. L’obiettivo che da qualche anno il presidente della Proloco Nicola Bove si è posto, è stato quello di iniziare un percorso di collaborazione su quel periodo storico che tanto funestò il meridione.

Per tanti anni la Proloco di Casalduni ha organizzato convegni, inizialmente con uomini di cultura e storici provincia sannita, poi la   collaborazione con i neo-borbonici: Antonio Ciano, Alessandro Romano, Vincenzo Gulì e tanti altri, fino ad incontrare colui che ha dato un’accelerata alla divulgazione della storia risorgimentale e alla conoscenza dei fatti riguardanti Casalduni e Pontelandolfo dell’agosto 1861: il giornalista e scrittore Pino Aprile con il libro “Terroni”. Tre anni fa l’incontro. Si è proposto ed attuata una collaborazione con l’istituto scolastico di Casalduni sul tema storico. Grande disponibilità da parte di Aprile e della dirigente scolastica Elena Mazzarelli.

Tanti gli incontri con il mondo della scuola a Casalduni come negli istituti  di  altri paesi. Risultato: nteresse crescente di docenti e alunni. Poi l’evento del  29 – 30 – 31 luglio. Ieri l’accoglienza delle delegazioni provenienti dal Piemonte, dalla Liguria, dalla Toscana, dal Lazio, dalla Campania, dalla Puglia. Oggi alle ore 17:30 avrà inizio la manifestazione con la sfilata dei bersaglieri per il centro storico. Poi ci sarà l’alza bandiera con l’inno nazionale e la deposizione di una corona d’alloro a Largo Spinelle, luogo dove avvenne l’eccidio dei soldati Piemonte.

Alle ore 18:00 il convegno con gli interventi di:  Ugo Cavallera, vice presidente della regione Piemonte, Ugo Robotti della Sovrintendenza archivistica del Piemonte e della Valle d’Aosta. E’ previsto, poi, l’intervento del “cantastorico” (neologismo coniato per l’occasione dal presidente della Proloco) Eugenio Bennato che ha dedicato tantissime energie a quel periodo storico e quello del giornalista-scrittore, Pino Aprile. Massiccia sarà la partecipazione di personalità della cultura, del giornalismo, della politica, del sociale. Saranno presenti: il sindaco di Bucine in Toscana, il sindaco di Gaeta, e vari sindaci della provincia sannita, l’assessore alla cultura Carlo Falato e il presidente della camera di commercio Gennaro Masiello, il presidente Unpli provinciale Antonio Lombradi, il presidente nazionale FITP Benito Ripoli; il sindaco di Ponte,  Domenico Ventucci e il comitato civico “Il Ponte”; il sindaco di Pontelandolfo, Cosimo Testa e il comitato civico per l’unità d’Italia; il sindaco di Fragneto Monforte.

“La Proloco di Casalduni – è il commento del suo presidente -ha speso tutte le sue energie, e si augura una accorata partecipazione, che siano presenze di testimonianza ad una manifestazione che si è posto da sempre l’obiettivo di diffondere e interessare sempre più l’opinione pubblica per quel che è successo nella nostra regione, e in special modo a Casalduni e Pontelandolfo; non si può rimanere ancora indifferenti a scapito della nostra dignità e onorabilità”. Subito dopo il convegno ci sarà la rappresentazione storica riguardante gli eventi del 14 agosto 1861. Per le vie del centro storico di Casalduni si scontreranno: l’esercito piemontese in armi con i briganti, brigantesse e rivoluzionari. Si assisterà ad una battaglia avvincente, raccapricciante e fortemente emozionante, che si concluderà con i plotoni di esecuzione e l’incendio (simulato) di Casalduni.

Il presidente Nicola Bove, ringrazia il direttivo e il servizio civile della ProLoco, i ragazzi del gruppo Folk “Fontanavecchia”, le “signore” che collaborano intensamente con l’associazione, l’istituto scolastico e l’amministrazione comunale, con l’augurio che la cittadinanza di Casalduni possa sempre più condividere le iniziative per una crescita culturale ed economica del territorio.

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Migliaia di Meridionali internati dai Savoia in due lager del Nord Italia

Nell’impossibilità di rinchiudere i ribelli Meridionali in una Guantanomo lontana, i Piemontesi trovarono una «valida» alternativa: i lager.

«Nell’archivio dello Stato maggiore dell’Esercito ci sono le prove che, tra il 1861 e il 1870, 30mila giovani meridionali, tutti soldati del Regno delle Due Sicilie, furono deportati in due lager piemontesi». Ad affermarlo è Fulvio Izzo, storico e vice direttore generale dell’ufficio scolastico regionale delle Marche.
Lo studioso si riferisce al carcere di Fenestrelle e al «campo di concentramento » di San Maurizio Canavese (a una ventina di chilometri Torino).

Di quest’ultimo, non si sa moltissimo. Secondo Izzo, era «nato come campo d’esercitazione», poi, dopo l’Unità d’Italia, era stato riattato a campo di «rieducazione e prigionia dei giovani meridionali».

Fenestrelle, invece, è ancora tutto lì ed è un luogo che fa spavento. È una struttura di 1.300.000 mq, un forte che – trovandosi a un tiro di schioppo dalla Francia – fu inizialmente concepito per difendere il confine. I suoi edifici ringhiosi di montagna (lì si superano i 3mila metri), le feritoie e quella bava di scale di roccia che sale tra i dirupi colpirono persino Edmondo De Amicis che lo definì «necropoli guerresca ». E De Amicis, va detto a vantaggio di chi non lo sapesse, non era certo tipo facilmente impressionabile. Il papà del libro «Cuore»  – prima d’inforcare la penna – aveva passato la vita sul campo di battaglia. Era un ufficiale sabaudo.

Secondo le ricerche di Izzo, a finire nei lager piemontesi «furono ragazzi del Sud tra i 20 e i 30 anni. Erano soldati semplici e bassa ufficialità, che non vollero giurare fedeltà ai Savoia dopo aver giurato per i Borbone. Mentre, invece, praticamente tutti gli alti ufficiali dell’esercito duosiciliano passarono ai sabaudi». Ecco, quindi, perché migliaia di giovani vennero messi in ceppi e mandati in «campi di prigionia e rieducazione», perché «un uomo vero non è spergiuro», chiosa Izzo. Per fiaccare le loro resistenze ad aderire al nuovo regime, pare che i Piemontesi siano stati piuttosto duri coi soldati del Mezzogiorno. «Ci sono le prove che, a Fenestrelle, non c’erano i vetri alle finestre e che i deportati venivano incatenavati. Inoltre – dice Fulvio Izzo – dormivano su pagliericci. I meridionali non avevano l’abbigliamento adatto e molti sono morti di freddo».

Lo studioso ha raccolto l’esito delle sue ricerche storiche in un libro («I lager dei Savoia. Storia infame del Risorgimento nei campi di concentramento per meridionali») che è stato pubblicato dalla casa editrice napoletana Controcorrente. «Quella lettura mi ha molto colpito – diceAntonio Pagano, direttore della rivista “Due Sicilie” – così sono andato personalmente a Fenestrelle. Sono rimasto scioccato. Ci sono ancora i ceppi con le catene e quei vasconi che i Piemontesi usavano per far sparire i cadaveri dei prigionieri. Li riempivano di calce. Che immagine terribile».

A dire il vero, i documenti dello Stato maggiore dell’Esercito non parlano nè di vasconi di calce, nè di corpi disciolti. Due dati inconfutabili, però, ci sono. Il primo è che su quelle mura che chissà quante urla avranno attutito, campeggia la tetra scritta «Ognuno vale non in quanto è, ma in quanto produce ». Una suggestione nera, che colpisce come un pugno e che – con i debiti, evidentissimi, distinguo – porta a galla il ricordo di un altro posto da incubo: il campo di sterminio di Auschwitz e quell’«Arbeit macht frei», cioè «Il lavoro rende liberi», monito per l’umanità a ricordare, a non dimenticare. Il secondo dato inconfutabile è che questo «lager» di italiani meridionali è stato completamente rimosso dalla storia nazionale.

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